Pensieri e divagazioni intorno alla musica e al cinema
C'è un ambiguo rapporto tra la realtà e la finzione: a volte di netta separazione; altre di emulazione; altre ancora di capovolgimento, ciò che sembra non è, e ciò che non poteva essere, invece, è.
'Vicini di casa' è un esempio perfetto del terzo tipo: la finzione e la realtà divergono proprio nel momento in cui non te l'aspetti, mentre in un primo momento i piani paiono intersecarsi perfettamente.

Belushi, John, recitazione modesta e grande personalità, è Earl: casa tranquilla e vita 'noiosa' nella spenta provincia americana, viene letteralmente sconvolto dall'arrivo dei 'vicini di casa', una coppia 'diversa' da tutte le altre del quartiere.
L'arrivo di Vic e Ramona, eccentrici, disinvolti e disinibiti (lui è interpretato da Dan Aykroyd), ribalta quelli che fino a un momento prima erano gli assiomi inconfutabili del 'corretto vivere'.
Laddove i parametri di riferimento erano vita apatica, serate davanti alla televisione e tranquillità, ecco arrivare nuovi interessi e nuovi stimoli, ai limiti del grottesco, com'era tipico della comicità di Belushi.
Spesso rivedere le cose a distanza di tempo aiuta a capire; nell'immediato l'immagine emotiva è troppo forte per separare la ragione dal sentimento, ed è facile illudersi di avere spiegazioni razionali, anche laddove non ci sono.
O non ci possono essere.
Riguardando questo film, qualche giorno fa, su una vecchia videocassetta regalatami da una persona che amo molto (e che mi ha cambiato la vita), mi è venuto naturale tentare un parallelo che ha quasi il sapore del paradosso.
Senza riferimenti specifici a fatti o persone, non necessari, pensavo a come l'arrivo del 'diverso' sia sempre fonte di contrasti.
Tutto ciò che non siamo noi, ma è altro da noi, è il nemico da distruggere. Troppe cose ci sarebbero da capire. Ma capire non si può, troppa fatica, troppo impegno. E a capire ci si rimette sempre. E a parlare. E a dialogare. E' uno spontaneo offrire il fianco al 'nemico'.
Non condivido questo ragionamento. L'iniziale smarrimento è inevitabile. Come anche la diffidenza verso ciò che non si conosce e potrebbe essere potenzialmente lesivo della nostra persona e dei nostri 'interessi', in senso lato. Ma arrivare a vedere l'altro come un nemico è ben altra cosa.
Ed è quello che accade a Belushi nel film:

un processo (anche piuttosto rapido, nella finzione scenica) di cambiamento che parte da una forma di opposizione totale, per arrivare, addirittura, alla scelta del modello di vita prima rifiutato.
Ecco, questo pensavo qualche pomeriggio fa, in una di quelle domeniche dedicate a rispolverare qualche vecchio film dalla mia videoteca, e i miei ricordi.
La cronaca recente ha dimostrato, invece, come spesso la realtà vada, appunto, da tutt'altra parte. L'unico modello possibile di vita è il nostro. Senza repliche e senza possibilità di osmosi, alcuna. Eppure le leggi fisiche, almeno una tantum, dovrebbero valere anche per gli uomini, visto che sempre di materia si tratta. Due mondi diversi, messi a contatto, dovrebbero comunicare, permearsi a vicenda.
Più spesso, invece, si reagisce come l'acqua con l'olio. Sostanze diverse e non miscelabili. Più facile farsi la guerra, in un mondo dove vige la cultura del più forte, e dove, pur criticandola, lasciamo che essa si affermi indisturbata, tramite noi, utili strumenti al suo servizio.
Mi sarebbe piaciuto 'ripartire' modificando il nome del blog, inserendo un sottotitolo, ad esempio.
Un secco, deciso sottolitolo tipo “NO”.'NO' a tutto quello che si potrebbe e dovrebbe avere il coraggio di cambiare. Poi ho pensato che per me, vecchia ragazza, la continuità è importante, e che io stessa sono un lungo processo, iniziato un lontano giorno, tanti anni fa, e del quale non si vede ancora la fine. E che una parola così dura e assolutista come 'no' non fa parte del mio vocabolario.
Le ho sempre evitate...(anche se ho imparato a dire 'sempre', e 'mai', che sono sì assolutiste, ma che in certi contesti sanno essere parole di speranza, e di amore...Ma questa è un'altra storia...)
Preferisco i 'si', segni di apertura, di incontro, di dialogo. Il 'si' è probabilista, permette di non fermarsi entro i propri confini.
Esattamente come fa Earl nel film di Avildsen. Incontra il diverso. Ci si scontra. Ma intanto lo conosce. E capisce che in fondo non era poi così male, era solo...diverso...!
(P.S. A Roma esiste dal 2005 la Festa dei Vicini di Casa...In qualsiasi accezione sia intesa, ci sarebbe da riflettere anche su questo...)
Un tempo si aspettavano i "film di Natale"...tra tutti, di solito a notte fonda, Bing Crosby mi incantava con la sua meravigliosa voce, in una nevicata capace di riscaldarmi il cuore ("White Christmas, 1954)...
"I'm dreaming of a white Christmas
Just like the ones I used to know
Where the treetops glisten
and children listen
To hear sleigh bells in the snow.
I'm dreaming of a white Christmas
With every Christmas card I write
May your days be merry and bright
And may all your Christmases be white.
I'm dreaming of a white Christmas
With every Christmas card I write
May your days be merry and bright
And may all your Christmases be white"

Dicono che sia la "song" più cantata di tutti i tempi...la parole di Irving Berlin sono un inno all'amore, agli affetti, nonostante abbiano visto la luce in tempo di guerra (3 ottobre 1942)..
Oggi, a distanza di tanti anni, aspetto ancora i film di Natale...in una stanza buia, alle sole luci dell'abete, con nel cuore lo stesso calore e lo stesso candore di allora...
Un sereno Natale a tutti noi...
Misty
Un improvviso cambiamento di programma mi lascia un paio d’ore di tempo per postare un pensiero al quale tengo molto.
Io amo Manhattan!
Non vi venga in mente lo skyline di N.Y.C.,no...

Manhattan è l’opera sublime ed inarrivabile di quello che considero uno dei più grandi registi di tutti i tempi: Woody Allen.
Il film si riassume in poche parole: Isaac “Ike” (allen), amato dalla giovanissima Tracy (la bellissima e dimenticata Mariel Hemingway), dalla quale lo separano circa 25 anni, conosce per caso l’amante del suo amico Yale (Michael Murphy), una giornalista-critico d’arte di nome Mary (la senza-parole-per-quanto-è-brava Diane Keaton).
L’amicizia si trasforma in relazione: Yale è sposato, e Mary prende l’abitudine di andare a piangere sulla spalla di Ike...e da lì il passo è breve....
Se non fosse che Mary resta sempre innamorata di Yale, da cui un tira e molla piuttosto prevedibile e comprensibile... Chi ne soffre è, naturalmente, la piccola Tracy, alla quale Ike cerca di spiegare, in una memorabile scena all’interno di un bar, per quale motivo la differenza di età sia un ostacolo alla prosecuzione del loro rapporto, con una di quelle scuse proverbiali che aleggiano nell’immaginario collettivo maschile.
Chissà perchè, poi, fino a quel momento, il quarto di secolo di differenza non aveva lasciato tracce della sua presenza, soprattutto nell’intimità domestica...
Ricordo una scena, tra le altre: Ike e Mary seduti su una panchina sotto il ponte di Queensborough, notte; poi al buio di un planetario, campo limitato ai loro profili, confusi nell’inconscio che prende il sopravvento, con intorno solo un cielo di “stelle da vendemmiare”, parlano aspettando insieme l’alba...

Situazioni variamente complicate, reciproci imbarazzi, finzioni...
Poi, un giorno, Ike sta registrando dei brani del suo libro e, passando in rassegna tutti i validi motivi per continuare a vivere, include “il bel viso di Tracy”...
Una rivelazione! Folgorato, lascia tutto e corre per la città; giunge a casa di Tracy,ma lei è già andata via, sta partendo per Londra, dove il disamorato Ike l’aveva spinta ad andare per “motivi di studio”.
La ferma, teme di vederla andare via, fisicamente e affettivamente; ma lei, molto più saggia di Ike nonostante la giovane età, lo tranquillizza e gli dice “abbi fiducia in me”. Tracy è la raffigurazione del bene, della luce, della saggezza: tutti i valori che Ike, istintivamente, ricerca, ma che, spesso, la sua “cultura” respinge: Tracy, infatti, non fa parte del mondo di Ike, della sua cerchia di amici. La stessa differenza d’età è un escamotage che Allen utilizza per enfatizzare il divario tra i due protagonisti. Tracy è il volto del futuro, l’emblema di una integrità psico-fisica ricca di valori, a cui tendere.
Woody sta cambiando pelle: di qui anche la scelta di “togliere colore” ai suoi film, e di girare il tutto in bianco e nero.
Poi c’è la colonna sonora di Cole Gershwin...e non resta molto altro da dire: sicuramente nella mia personale “top five”.
Manhattan è anche il titolo di uno standard jazz forse non tra i più noti, ma molto divertente (nell’andamento quasi sexy-ammiccante), che, se non conoscete, vi consiglio di ascoltare nel pregevole duetto tra Bette Midler e...mister Rod Stewart.
Allen, che non è un tipo scontato, non ha volutamente inserito il brano nella colonna sonora del film; scelta, poi, spesso rinnovata. Troppo banale cantare Manhattan in Manhattan,no? Ecco allora una sequela di memorabili pezzi, da “’S Wonderful” a “He loves and she loves”, da “Rhapsody in Blue” a “Someone to watch over me”, nella versione orchestrale della New York Philarmonic Orchestra diretta da Zubin Metha. Allen è una di quelle figure per le quali vale l’espressione “o si ama o si odia”....indovinate un po’ da quale parte sono?

Misty
A volte amo giocare a congiungere le trame della mia vita, come un “indovina la figura” con tanti puntini da unire.
Mi capita di girare in lungo e in largo e di tornare al punto di partenza.
Per quanto a volte cerchi di allontanarmi dal mio “essere me”, tutto ritorna, come se alla fine del viaggio, per me, ci fossi comunque sempre e solo “io”.
Ci sono cose uncinate al mio essere, così profondamente, da essere indistinguibili da ciò che sono: e così, inevitabilemente, ciò che amo finisce per essere ciò che sono.
Riflettevo su questo, qualche giorno fa, sul sottile filo che congiunge le mie passioni, passate e presenti.
Cosa lega il “mio” cinema alla “mia” musica?
Forse l’amore vero per ciò che non ho mai avuto, per ciò che non ho mai vissuto.
L’amore per un’epoca che non può rivivere, per quanto mi sforzi di conservarne traccia in ogni singola fibra del mio corpo...: mi mancano le eroine dei film muti

le dive degli anni trenta, la Garbo, la Dietrich

le ballerine delle “Ziegfield Follies”

Fred e Ginger, e il loro "Cappello a cilindro"

le “sincronette” nei film con Ester Williams
mi manca il candido Harpo Marx, sensibile e arguto

Holly Golightly in quel “bacio di pioggia con Gatto”

Michelle Pfeiffer ne “I favolosi Bakers”, languidamente sdraiata sul pianoforte a coda, come una cantante di un fumoso night club di Las Vegas, quando ancora si ballava guancia a guancia...
Nostalgia di un’intera epoca, l’epoca “delle grandi orchestre” (Duke Ellington, Count Basie, Benny Goodman), della pulizia interiore ed esteriore, della semplicità che non è superficialità, della schiettezza che non è maleducazione, dell’amore che non è inganno, dei sogni che non sono illusioni. Si, in fondo amo ciò che amo perchè tutto mi riporta qui. Perchè tutto mi riporta a me.
Misty
P.S. (i film citati non sono casuali, ma hanno (ri)lanciato alcune delle pietre miliari della storia del jazz...ne riparlaremo...)
Le 3 di notte. Quiete, tutt’intorno. Fascinosa notte, in cui tutto tace. Tutto. Tranne me. Tumulto di sentimenti. 48 ore dense di avvenimenti, banali per i più, forse, ma non per me. Qui, al lume della mia amata candela, quella che mi consuma gli occhi e mi brucia le dita, la cui luce addolcisce le ombre intorno spero, dio, quanto lo spero, che possa sedarmi.
Vorrei…..essere capace di dire “basta” a me stessa.
Che senso ha “sentire”? quale significato le sensazioni “estreme” e le “estreme” sensazioni (piangere, gioire, amare, odiare) quando, in ultimo, a condividerle c’è solo la mia penna, e questo foglio un tempo bianco, e I tasti ormai sbiaditi del mio pc?
Stanotte scrivere non serve.
Vorrei….essere un aerostato, un palloncino, trovare il mio spillo, tirar fuori tutto quello che DEVE fuoriuscire, aria, elio, qualsiasi cosa ci sia, se c’è..

Vorrei….diventare quel “sacrificale” volo di farfalle blu che diviene Emily, “la sposa cadavere”, con il suo meraviglioso dono …
Vorrei….capire se è possibile riattraversare le “sliding doors” della mia vita (quante sono state?)…
Vorrei….rifare a ritroso il percorso di queste ultime 48 ore, come il fotogramma di una pellicola il cui operatore maldestro e “provvidenziale” ha inavvertitamente spinto il tasto “rewind”…
Vorrei….ponderare passi, espressioni, azioni ed omissioni….
Vorrei….non essere me stessa in questa notte, e capire per quale assurdo motivo la felicità debba essere insostenibile e la tristezza inconsolabile, eterno yin e yang dei sentimenti...
Vorrei….solo dormire...
Ma stanotte, più che mai, sono me stessa.
Sono Misty... ...in attesa dell’alba...



Nella mia mente ho visto e rivisto questa immagine tante volte, e ogni volta mi sembra sempre più antentica, più intensa. Il dolore, lo strazio della perdita, dell’ingiustizia, chiaramente incisi su questo volto consumato, trasfigurato in una maschera tragica
Mi sono ritrovata a pensarci qualche giorno fa, nell’anniversario della morte di Pasolini, e mi sono ricordata della scorsa estate...
2 luglio 2005: siamo a Latina con il gruppo di musica barocca, e proviamo il repertorio del Miserere per un concerto.
Per questa volta farò parte del pubblico, non farò il concerto, mi aspetta Shawnn Monteiro a Ronciglione Jazz per il Corso estivo.
Mi fermo a guardare le prove dei ragazzi.
Chiesa.
Luci Spente.
Padelle romane.
Gregoriano in sottofondo.
E quelle immagini che scorrono lente sul telone di fronte a me.
La Passione secondo Matteo.
Bianco e nero. Immagini di pietra.
Ancora ceri. Fiaccole.
Le voci intorno.
Dove sono?
Tutto sparisce.
Resta Pasolini.
Resta la mia astrazione.
Resta il suo credo.
La Sua religiosità laica, forte e salda come non mai.
Stamane ne parlavo con mamma, ricordavamo “Ragazzi di vita”, quel libro che ho letto di nascosto quando ero piccola piccola (quante volte l’ho fatto, mamma? leggere di nascosto dalla tua biblioteca?).
Mi ha raccontato di un’intervista di qualche giorno fa, nella quale un religioso (nel ricordo, non meglio identificato) raccontava di aver visto all’epoca della sua uscita “La Passione secondo Matteo” e della folgorazione avutane, degli insegnamenti di pura religiosità che egli, giovane, ne aveva tratto, mettendo duramente alla prova il Verbo di una chiesa bigotta che non ammette la diversità.
Così, come sempre per “caso”, mi ritrovo a pensare di lui, a scrivere di lui. E’ strano come a volte mi investa quel senso di familiarità che rende certi personaggi “parte” della mia vita... forse perchè legati alla mia formazione come persona, chissà...
Mi ritrovo qui, dopo più di vent’anni, a sfogliare questo libro...e “mi manco”! Sento la presenza di me stessa bambina, e avverto la mancanza di quella parte di me che non c’è più: l’innocenza di quegli anni, andata, perduta, dimenticata o, peggio, abbandonata da qualche parte, come un fardello del quale liberarsi prima possibile... L'innocenza intellettuale, lo “stupor mundi” che troppo presto ci lascia soli di fronte alla nostra “impotenza di esseri umani”.
Pasolini non è mai stato jazz. Ma nei suoi film vivono alcune delle pagine musicali più sublimi di tutta la storia della musica. Ne “La Passione secondo Matteo” Pasolini utilizza l’opera omonima della sua ossessione giovanile: J. S. Bach. Pasolini amava molto la musica, quella sacra in particolare. Durante la giovinezza aveva studiato il violino, e Bach era rimasto il punto di riferimento dei suoi studi musicali. Grazie all’aiuto dell’amica e grandissima scrittrice Elsa Morante, Pasolini scelse alcune pagine de “La Passione secondo Matteo” nelle quali Bach aveva seguito il suo stesso percorso spirituale: l’evocazione e l’esaltazione della morte. La sua pennellata registica, l’esaltazione della materia, l’ossessione per il chiaroscuro, necessitavano di questo “sfogo religioso”, che trova la sua luce nella musica, nel contrasto tra la crudezza delle immagini (e la loro sacralità velata) e la sacralità sispiegata delle melodie barocche.
I brani utilizzati sono solo due: il coro iniziale, e l’Aria struggente che accompagna le scene meditative, e tutta la passione. Nel film ci sono Mozart, Morricone, Bacalov, La Missa Luba e tante altre immortali pagine di musica... Ma chi ha ascoltato l’Aria della Passione, chi ha visto il dolore negli occhi delle donne accorse ai piedi della croce, non dimentica.
Il resto passa in secondo piano... Una mano mi sfiora la spalla.. "Morena, è ora di andare”... Mi aspettano. Per qualche istante non sono stata lì. Forse sono stata sul monte Calvario, in sua compagnia... Mi asciugo una “perla” all’angolo delle ciglia, e mi alzo, una leggera vertigine.. La luce di questo pomeriggio estivo è così forte, il tempo qui sembra essersi fermato...
Misty

La cantante di Jazz è temporaneamente impossibilitata a postare causa "giro di ronda" in quel di Torino e dintorni.....
Da fonti ufficiose si è appreso che potrebbe tornare nella notte del 31 per "visitare" i seguenti amici: 1. settimosenso; 2. contex; 3. paoloberna; 4. jammmj; 5. neplan; 6. nessuno; 7. markk; 8. gabrielchiocciolaneopuntoit; 9. ilfrancese; 10. oneimaginaryboy; 11. alexdiavoletto; 12. zud; 13. giallolibero; 14. lorenzocalza; 15. quix; 16. tron; 17. dagonet; 18. incontrista; 19. antares666; 20. mingussamba; 21. gupina; 22. LACG; 23. miskin; 24. JeromeDeckard; 25. b4tt1to; 26. chicom; 27. terribilestella; 28. maxpotter; 29. oltrenauta; 30. piton1974; 31. ultimodrugo; 32. antox; 33. yokopocomayoko; 34. quoyle; 35. pocomabuono; 36. menelao; 37. neo75; 38. ladyoighettina; 39. pietrarosa; 40. jesusk; 41. massacarlo; 42. ceccosalvemini; 43. beppestarnazza; 44. giuseppemariani; 45. DaveJ.Warner; 46. blow72....
Si raccomanda, pertanto, di chiudere bene porte, finestre e camini....o di spalancare tutto, a seconda delle intenzioni...;-))))
Quella strega della Cantante di Jazz spera di non aver dimenticato nessuna delle persone che hanno visitato il suo blog in questo primo mese di vita... Nell'elenco, in rigososo ordine sparso, ci sono conoscenti, amici, persone affettivamente vicine...
A tutti voi, un bacio ed un grazie, con affetto...
Misty
...e buona notte delle Streghe... attenti, mi raccomando .... ;-))))
Il volto segnato dalle ombre. Promesse, a volte. Tristezze, quasi sempre. Lo sguardo velato dalla vita. Quella smorfia appena accennata sul volto.
Billie è appoggiata allo sgabello. Il suo sguardo dolce e fiero sembra accarezzare gli amici musicisti lì davanti. Poi inizia a cantare. Un canto unico, sgraziato e meraviglioso.
"Southern trees bear a strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
lack body swinging in the Southern breeze
Strange fruit hanging from the popolar trees...
(“Gli alberi del sud hanno un frutto strano, sangue sulle foglie e nelle radici, un corpo nero penzola nella brezza del sud, un frutto strano che pende dai pioppi”) Non la dimenticherò tanto presto questa scena. Sono a Roma, mercoledì 7 settembre. Fuori Giove pluvio si sta scatenando in una delle sue folli esibizioni di fine estate... Sullo schermo scorrono le immagini di un vecchio filmato della CBS, una trasmissione che credo si chiamasse “The Sound of Jazz”..Vedo Billie. E nello spazio di quei sei minuti non ricordo nient’altro. Billie era tutto ciò che il jazz poteva sognare di esprimere. Perchè Billie era “blue”. Blue. Un sentire sottile che la parola italiana “malinconia” non riesce a rendere. Un suono che è insieme il gusto del ricordo e il dolore del rimpianto, il colore del giorno che si strempera nella notte, l’inizio e la fine di ogni cosa. Blue. Il colore dell’anima. A metà tra la luce e l’oscurità.
Billie si guarda intorno, quasi esitante. La sua voce, i suoi occhi, il dolore del mondo in quel fragile corpo di donna. La gardenia bianca tra i capelli, suo segno distintivo, fiore su un fiore. La voce non è più quella di una volta: troppi dolori, troppi abusi, troppa vita... Lady Day sembra stanca. Sono anni,troppi, anni che non si dimenticano. Serva a soli 6 anni per guadagnarsi da vivere a causa di un padre assente, a dieci anni Billie viene stuprata da un vicino di casa, e, accusata di averlo adescato, rinchiusa in un riformatorio subisce terribili violenze psicologiche. Due anni dopo Billie subisce un altro stupro. Ferite su ferite. Gli uomini la feriscono sempre. A cominciare dal padre, un padre incapace di amare, assente, distratto.A soli 12 anni è sulla strada della prostituzione, e, da lì, in galera e ancora in riformatorio. Per fortuna Billie ha la musica. Scoperta per caso, a sette anni, in un bordello: in cambio delle pulizie può ascoltare i dischi di Louis Armstrong e Bessie Smith. Billie canta, lavora e canta, sempre. Siamo nel 1929. Billie ha bisogno di lavorare. Ma cercano solo ballerine. Billie non sa ballare. Così un giorno, per caso, il titolare di un locale le chiede se sa cantare. Billie non ha mai pensato che con il canto si potesse guadagnare...Chiede al pianista di suonare “Travellin’ all alone”....e le lacrime degli avventori convincono il proprietario del locale ad assumerla.
La sua carriera inizia così. La sua voce straordinaria, il pubblico, gli applausi....ma anche il razzismo, che la perseguiterà per tutta la vita. Come può una cantante nera osare cantare con musicisti bianchi?
Billie è stata anche una grande musicista, autrice di pezzi straordinari: "Strange Fruit", il suo capolavoro, il suo grido disperato contro le ingiustizie razziali; "God Bless the child", inno all'innocenza perduta; Dont’explain”, storia di uomini che tradiscono e di bugie (meglio “niente spiegazioni” che bugie, scrive Billie). Ed è proprio l’amore mancato nella vita di Billie la fonte principale del suo essere blue. Nonostante tre matrimoni, nonostante vari amori, Billie non ha mai trovato un uomo in grado di colmare l'immenso bisogno di amore e protezione. Nessun uomo ha saputo colmare i suoi vuoti, comprendere le sue sofferenze. Il suo terzo marito l’ha lasciata morire sola, in un letto d’ospedale. La sua tomba è rimasta nuda, senza nemmeno una lapide a ricordarla...
“La gente mi chiede qual è il mio stile, da cosa è derivato…ma io non so mai cosa dire.. Quando ti capita una melodia con dentro qualche cosa non c’è bisogno di seguir tanti stili, lo senti e basta, e mentre tu la canti anche gli altri sentono qualcosa”.
Billie non potrà mai essere imitata. Ma la scorsa estate ho sentito al Morlacchi di Perugia, per Umbria Jazz, la canadese Madelaine Peyroux:
sguardo sfuggente, delicata, voce che ricorda troppo spesso Billie....e senza volerla imitare.
Perchè anche Madelaine viene dalla strada. Anche Madelaine è blue.
Provate ad ascoltare “Careless Love”....forse "Billie" canta ancora il suo disperato bisogno d'amore... 



"Dling - dlong:
si avvertono i signori viaggiatori che uno dei passeggeri in partenza avrebbe smarrito un'anima...

Si richiama l'attenzione sulle seguenti caratteristiche : trattasi di bene trasparente, evanescente, riflettente luce molto intensa, nobile, fragile, spesso di considerevoli dimensioni..
Effetti collaterali dovuti allo smarrimento: 1. accentuate tendenze luciferine, 2. sdoppiamento di personalità, 3. auto-limitazione delle capacità introspettive, 4. difficoltà nella percezione del "sè"..
In caso di ritrovamento, si raccomanda la massima cautela: l'anima potrebbe impossessarsi del corpo del malcapitato, con devastanti benefici effetti sul resto del mondo...
Per qualsiasi ulteriore informazione, rivolgersi in Direzione e chiedere di Morena".
(Con ironia che vela l'affetto sincero e la comprensione che non vedi ...)
P.S. questo è un post a tempo: si autodistruggerà automaticamente entro 5 giorni..
Immaginate la scena: 1948, Italia.
La guerra è da poco terminata.
Siamo nel periodo del “neorealismo”, di “Ladri di Biciclette”.

Immaginate... un uomo in bicicletta, che pedala pedala, dalla Sicilia a Firenze, dove gli hanno detto che forse potrà suonare..
Più di 1.000 chilometri con il trombone a tracolla, chilometri di fatiche, chilometri di speranze... Pensate ad “un omino con le ruote...vien sù dalla fatica e dalle strade bianche”, canzone scritta per un altro, ma in fondo per tutte le persone come lui... L’uomo di cui parlo si chiamava Antonio Albamonte, trombonista italiano del dopoguerra. Non che io sia una nostalgica ad oltranza (sempre chè l’”Amarcord” non si riferisca a Fellini...): ma non si può non amare una storia come questa, una storia che lascia in bocca il vivido sapore dei tempi andati, quel sapore di speranze, di illusioni, di grandi ideali, di valori.. Questo ricordo non è mio, ma appartiene ad un grande giornalista che ho conosciuto a roma al “Jazz Cool” organizzato dalla Saint Louis in collaborazione con la “Casa del Jazz” circa 6 settimane fa: Adriano Mazzoletti, giornalista, musicologo, nonchè tra i principali esperti e conoscitori del jazz italiano.

Persona di raro garbo, Mazzoletti, a suo agio tanto nel vasto panorama musicale internazionale (da Ellington a Davis e oltre), quanto, soprattutto, sulla nostra tradizione, le nostre radici italiane, di quel jazz italiano che non è certo nato solo nella metà degli anni settanta, con le ultime e prolifiche generazioni, quelle dei Rava, D’Andrea, Tommaso, Di Battista, Renzi, Condorelli, etc., solo per citarne alcuni. Ma la generazione precedente, quella dal secondo dopoguerra alla metà degli anni’70, quella che ha posto le basi per il jazz che attualmente si suona in italia, quella generazione chi la ricorda? Chi conosce nomi, volti, esecuzioni?
Con Mazzoletti abbiamo fatto una straordinario viaggio nella memoria, accompagnati da filmati e registrazioni ormai dimenticate.
L’amore per la musica e per il cinema si vede dalla cura e dalla passione che mette nella ricerca del materiale. Ho ancora vive le immagini di un filmato sulla grande Billie Holliday: lei, con il suo bellissimo viso dolente, ed il suo canto “spezzato”, unico e irriproducibile; il bianco e nero che gettava ombre sui volti; il controluce sulle quinte; quei “giochi” registici che fanno tanto vecchia televisione..
Che nostalgia di quegli anni!
Nostalgia..si., anche se quegli anni non li ho mai vissuti..
In fondo, la passione può essere contagiosa come un morbo...
Un nome, soprattutto, ricorre nelle parole di Mazzoletti: Oscar Valdambrini, ormai elevato al rango di “personaggio mitologico” nelle mie conversazioni musicali.

Di lui si dice avesse una competenza straordinaria: trombettista (...eh, si, trombettista..) di grande talento, era punto di ferimento per tutti i suoi colleghi dell’epoca. Chi ha avuto la fortuna di suonare con lui, lo ricorda come una musicista dotato di grande gusto musicale e di grande creatività nel fraseggio. Nella foto con Chet Baker, quella nel post a lui dedicato, Oscar Valdambrini è con un gruppo dei migliori misicisti dell’epoca, tutti, o quasi, di provenienza dalle mitiche orchestre Rai, le orchestre di quando il servizio pubblico ancora investiva nella cultura. Tra di loro, un solo nome è ancora oggi noto : Franco Cerri, tristemente conosciuto dal grande pubblico come “uomo in ammollo” di una famosa pubblicità, in realtà sensibilissimo chitarrista di impostazione jazz classico. Io so ben poco sull’argomento, ma sto cercando di recuperare leggendo i libri scritti da Adriano Mazzoletti sul jazz italiano, e ascoltando alcuni cd di una collana da lui curata per l’etichetta “Riviera Jazz”, una fonte continua di sorprese: è bello scoprire che non siamo stati solo la patria del “belcanto” e della “canzonetta” (nella migliore delle ipotesi).
Il discorso, in realtà è molto complesso: l’esperienza del jazz italiano è andata in direzione opposta rispetto al movimento musicale americano. La popolazione americana aveva vissuto la guerra a distanza, chiusa nelle proprie confortevoli e rassicuranti case; in europa,invece, i bombardamenti e le devastazioni avevano prodotto radicali cambiamenti a livello sociale. Se in america l’approdo è al be-bop, in Italia il jazz “da night” è quello che meglio ha rappresentato il desiderio di serenità e di “giocosità” che pervadeva la società. Il be-bop rappresentava il futuro, e come il popolo americano il be-bop guardava al futuro; il “night”jazz rappresentava il presente, la voglia di non guardare nè indietro, nè troppo avanti, la necessità di godersi il presente. Atmosfere rarefatte, quartetto (piano, contrabasso, batteria, sax), ritmi dolci da ballare. Voglia di sicurezza: meccanismo mentale semplice e prevedibile allo stesso tempo. La rinascita culturale ed economica del nostro paese, la maggiore serenità, il maggior benessere danno vita ai “night clubs”, dove si suona, appunto, la musica da night (night jazz), la dolce vita,

i miti del “paparazzo” e del “latin lover”.

Per breve tempo, però: la “british invation” annovera il jazz italiano tra le sue più illustri vittime. Voglio riportare alcune parole di Giovanni Masciolini, figlio di Aldo Masciolini famoso sassofonista degli anni ’60, che suonano come un appello e un monito all’intera categoria:
“Ai nostri jazzisti conterranei attuali, ottimi tecnicamente, hanno non solo tolto la possibilità di aver avuto delle radici, dei vecchi padri, ma anche l'opportunità di poter da loro ripartire per continuare UN NUOVO JAZZ INTERAMENTE ITALIANO. Cos'è un uomo senza storia, senza passato? Nel caso dei musicisti italiani, poiché gli è stato loro tolto, devono purtroppo agganciarsi ad altre culture che non gli appartengono, e che non gli apparterranno mai: eseguono così strumentalmente brani già fatti da altri che invece conoscono perfettamente la propria cultura!!"
In fondo è sempre vero che un uomo che non ha consapevolezza del proprio passato non può avere futuro...
P.S. Ringrazio Jazz Italia (www.jazzitalia.net) e l’amico Marco Losavio per il “prestito” delle foto...
adriano mazzoletti
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