Pensieri e divagazioni intorno alla musica e al cinema
La cantante di Jazz è temporaneamente impossibilitata a postare causa "giro di ronda" in quel di Torino e dintorni.....
Da fonti ufficiose si è appreso che potrebbe tornare nella notte del 31 per "visitare" i seguenti amici: 1. settimosenso; 2. contex; 3. paoloberna; 4. jammmj; 5. neplan; 6. nessuno; 7. markk; 8. gabrielchiocciolaneopuntoit; 9. ilfrancese; 10. oneimaginaryboy; 11. alexdiavoletto; 12. zud; 13. giallolibero; 14. lorenzocalza; 15. quix; 16. tron; 17. dagonet; 18. incontrista; 19. antares666; 20. mingussamba; 21. gupina; 22. LACG; 23. miskin; 24. JeromeDeckard; 25. b4tt1to; 26. chicom; 27. terribilestella; 28. maxpotter; 29. oltrenauta; 30. piton1974; 31. ultimodrugo; 32. antox; 33. yokopocomayoko; 34. quoyle; 35. pocomabuono; 36. menelao; 37. neo75; 38. ladyoighettina; 39. pietrarosa; 40. jesusk; 41. massacarlo; 42. ceccosalvemini; 43. beppestarnazza; 44. giuseppemariani; 45. DaveJ.Warner; 46. blow72....
Si raccomanda, pertanto, di chiudere bene porte, finestre e camini....o di spalancare tutto, a seconda delle intenzioni...;-))))
Quella strega della Cantante di Jazz spera di non aver dimenticato nessuna delle persone che hanno visitato il suo blog in questo primo mese di vita... Nell'elenco, in rigososo ordine sparso, ci sono conoscenti, amici, persone affettivamente vicine...
A tutti voi, un bacio ed un grazie, con affetto...
Misty
...e buona notte delle Streghe... attenti, mi raccomando .... ;-))))
Il volto segnato dalle ombre. Promesse, a volte. Tristezze, quasi sempre. Lo sguardo velato dalla vita. Quella smorfia appena accennata sul volto.
Billie è appoggiata allo sgabello. Il suo sguardo dolce e fiero sembra accarezzare gli amici musicisti lì davanti. Poi inizia a cantare. Un canto unico, sgraziato e meraviglioso.
"Southern trees bear a strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
lack body swinging in the Southern breeze
Strange fruit hanging from the popolar trees...
(“Gli alberi del sud hanno un frutto strano, sangue sulle foglie e nelle radici, un corpo nero penzola nella brezza del sud, un frutto strano che pende dai pioppi”) Non la dimenticherò tanto presto questa scena. Sono a Roma, mercoledì 7 settembre. Fuori Giove pluvio si sta scatenando in una delle sue folli esibizioni di fine estate... Sullo schermo scorrono le immagini di un vecchio filmato della CBS, una trasmissione che credo si chiamasse “The Sound of Jazz”..Vedo Billie. E nello spazio di quei sei minuti non ricordo nient’altro. Billie era tutto ciò che il jazz poteva sognare di esprimere. Perchè Billie era “blue”. Blue. Un sentire sottile che la parola italiana “malinconia” non riesce a rendere. Un suono che è insieme il gusto del ricordo e il dolore del rimpianto, il colore del giorno che si strempera nella notte, l’inizio e la fine di ogni cosa. Blue. Il colore dell’anima. A metà tra la luce e l’oscurità.
Billie si guarda intorno, quasi esitante. La sua voce, i suoi occhi, il dolore del mondo in quel fragile corpo di donna. La gardenia bianca tra i capelli, suo segno distintivo, fiore su un fiore. La voce non è più quella di una volta: troppi dolori, troppi abusi, troppa vita... Lady Day sembra stanca. Sono anni,troppi, anni che non si dimenticano. Serva a soli 6 anni per guadagnarsi da vivere a causa di un padre assente, a dieci anni Billie viene stuprata da un vicino di casa, e, accusata di averlo adescato, rinchiusa in un riformatorio subisce terribili violenze psicologiche. Due anni dopo Billie subisce un altro stupro. Ferite su ferite. Gli uomini la feriscono sempre. A cominciare dal padre, un padre incapace di amare, assente, distratto.A soli 12 anni è sulla strada della prostituzione, e, da lì, in galera e ancora in riformatorio. Per fortuna Billie ha la musica. Scoperta per caso, a sette anni, in un bordello: in cambio delle pulizie può ascoltare i dischi di Louis Armstrong e Bessie Smith. Billie canta, lavora e canta, sempre. Siamo nel 1929. Billie ha bisogno di lavorare. Ma cercano solo ballerine. Billie non sa ballare. Così un giorno, per caso, il titolare di un locale le chiede se sa cantare. Billie non ha mai pensato che con il canto si potesse guadagnare...Chiede al pianista di suonare “Travellin’ all alone”....e le lacrime degli avventori convincono il proprietario del locale ad assumerla.
La sua carriera inizia così. La sua voce straordinaria, il pubblico, gli applausi....ma anche il razzismo, che la perseguiterà per tutta la vita. Come può una cantante nera osare cantare con musicisti bianchi?
Billie è stata anche una grande musicista, autrice di pezzi straordinari: "Strange Fruit", il suo capolavoro, il suo grido disperato contro le ingiustizie razziali; "God Bless the child", inno all'innocenza perduta; Dont’explain”, storia di uomini che tradiscono e di bugie (meglio “niente spiegazioni” che bugie, scrive Billie). Ed è proprio l’amore mancato nella vita di Billie la fonte principale del suo essere blue. Nonostante tre matrimoni, nonostante vari amori, Billie non ha mai trovato un uomo in grado di colmare l'immenso bisogno di amore e protezione. Nessun uomo ha saputo colmare i suoi vuoti, comprendere le sue sofferenze. Il suo terzo marito l’ha lasciata morire sola, in un letto d’ospedale. La sua tomba è rimasta nuda, senza nemmeno una lapide a ricordarla...
“La gente mi chiede qual è il mio stile, da cosa è derivato…ma io non so mai cosa dire.. Quando ti capita una melodia con dentro qualche cosa non c’è bisogno di seguir tanti stili, lo senti e basta, e mentre tu la canti anche gli altri sentono qualcosa”.
Billie non potrà mai essere imitata. Ma la scorsa estate ho sentito al Morlacchi di Perugia, per Umbria Jazz, la canadese Madelaine Peyroux:
sguardo sfuggente, delicata, voce che ricorda troppo spesso Billie....e senza volerla imitare.
Perchè anche Madelaine viene dalla strada. Anche Madelaine è blue.
Provate ad ascoltare “Careless Love”....forse "Billie" canta ancora il suo disperato bisogno d'amore... 



"Dling - dlong:
si avvertono i signori viaggiatori che uno dei passeggeri in partenza avrebbe smarrito un'anima...

Si richiama l'attenzione sulle seguenti caratteristiche : trattasi di bene trasparente, evanescente, riflettente luce molto intensa, nobile, fragile, spesso di considerevoli dimensioni..
Effetti collaterali dovuti allo smarrimento: 1. accentuate tendenze luciferine, 2. sdoppiamento di personalità, 3. auto-limitazione delle capacità introspettive, 4. difficoltà nella percezione del "sè"..
In caso di ritrovamento, si raccomanda la massima cautela: l'anima potrebbe impossessarsi del corpo del malcapitato, con devastanti benefici effetti sul resto del mondo...
Per qualsiasi ulteriore informazione, rivolgersi in Direzione e chiedere di Morena".
(Con ironia che vela l'affetto sincero e la comprensione che non vedi ...)
P.S. questo è un post a tempo: si autodistruggerà automaticamente entro 5 giorni..
Immaginate la scena: 1948, Italia.
La guerra è da poco terminata.
Siamo nel periodo del “neorealismo”, di “Ladri di Biciclette”.

Immaginate... un uomo in bicicletta, che pedala pedala, dalla Sicilia a Firenze, dove gli hanno detto che forse potrà suonare..
Più di 1.000 chilometri con il trombone a tracolla, chilometri di fatiche, chilometri di speranze... Pensate ad “un omino con le ruote...vien sù dalla fatica e dalle strade bianche”, canzone scritta per un altro, ma in fondo per tutte le persone come lui... L’uomo di cui parlo si chiamava Antonio Albamonte, trombonista italiano del dopoguerra. Non che io sia una nostalgica ad oltranza (sempre chè l’”Amarcord” non si riferisca a Fellini...): ma non si può non amare una storia come questa, una storia che lascia in bocca il vivido sapore dei tempi andati, quel sapore di speranze, di illusioni, di grandi ideali, di valori.. Questo ricordo non è mio, ma appartiene ad un grande giornalista che ho conosciuto a roma al “Jazz Cool” organizzato dalla Saint Louis in collaborazione con la “Casa del Jazz” circa 6 settimane fa: Adriano Mazzoletti, giornalista, musicologo, nonchè tra i principali esperti e conoscitori del jazz italiano.

Persona di raro garbo, Mazzoletti, a suo agio tanto nel vasto panorama musicale internazionale (da Ellington a Davis e oltre), quanto, soprattutto, sulla nostra tradizione, le nostre radici italiane, di quel jazz italiano che non è certo nato solo nella metà degli anni settanta, con le ultime e prolifiche generazioni, quelle dei Rava, D’Andrea, Tommaso, Di Battista, Renzi, Condorelli, etc., solo per citarne alcuni. Ma la generazione precedente, quella dal secondo dopoguerra alla metà degli anni’70, quella che ha posto le basi per il jazz che attualmente si suona in italia, quella generazione chi la ricorda? Chi conosce nomi, volti, esecuzioni?
Con Mazzoletti abbiamo fatto una straordinario viaggio nella memoria, accompagnati da filmati e registrazioni ormai dimenticate.
L’amore per la musica e per il cinema si vede dalla cura e dalla passione che mette nella ricerca del materiale. Ho ancora vive le immagini di un filmato sulla grande Billie Holliday: lei, con il suo bellissimo viso dolente, ed il suo canto “spezzato”, unico e irriproducibile; il bianco e nero che gettava ombre sui volti; il controluce sulle quinte; quei “giochi” registici che fanno tanto vecchia televisione..
Che nostalgia di quegli anni!
Nostalgia..si., anche se quegli anni non li ho mai vissuti..
In fondo, la passione può essere contagiosa come un morbo...
Un nome, soprattutto, ricorre nelle parole di Mazzoletti: Oscar Valdambrini, ormai elevato al rango di “personaggio mitologico” nelle mie conversazioni musicali.

Di lui si dice avesse una competenza straordinaria: trombettista (...eh, si, trombettista..) di grande talento, era punto di ferimento per tutti i suoi colleghi dell’epoca. Chi ha avuto la fortuna di suonare con lui, lo ricorda come una musicista dotato di grande gusto musicale e di grande creatività nel fraseggio. Nella foto con Chet Baker, quella nel post a lui dedicato, Oscar Valdambrini è con un gruppo dei migliori misicisti dell’epoca, tutti, o quasi, di provenienza dalle mitiche orchestre Rai, le orchestre di quando il servizio pubblico ancora investiva nella cultura. Tra di loro, un solo nome è ancora oggi noto : Franco Cerri, tristemente conosciuto dal grande pubblico come “uomo in ammollo” di una famosa pubblicità, in realtà sensibilissimo chitarrista di impostazione jazz classico. Io so ben poco sull’argomento, ma sto cercando di recuperare leggendo i libri scritti da Adriano Mazzoletti sul jazz italiano, e ascoltando alcuni cd di una collana da lui curata per l’etichetta “Riviera Jazz”, una fonte continua di sorprese: è bello scoprire che non siamo stati solo la patria del “belcanto” e della “canzonetta” (nella migliore delle ipotesi).
Il discorso, in realtà è molto complesso: l’esperienza del jazz italiano è andata in direzione opposta rispetto al movimento musicale americano. La popolazione americana aveva vissuto la guerra a distanza, chiusa nelle proprie confortevoli e rassicuranti case; in europa,invece, i bombardamenti e le devastazioni avevano prodotto radicali cambiamenti a livello sociale. Se in america l’approdo è al be-bop, in Italia il jazz “da night” è quello che meglio ha rappresentato il desiderio di serenità e di “giocosità” che pervadeva la società. Il be-bop rappresentava il futuro, e come il popolo americano il be-bop guardava al futuro; il “night”jazz rappresentava il presente, la voglia di non guardare nè indietro, nè troppo avanti, la necessità di godersi il presente. Atmosfere rarefatte, quartetto (piano, contrabasso, batteria, sax), ritmi dolci da ballare. Voglia di sicurezza: meccanismo mentale semplice e prevedibile allo stesso tempo. La rinascita culturale ed economica del nostro paese, la maggiore serenità, il maggior benessere danno vita ai “night clubs”, dove si suona, appunto, la musica da night (night jazz), la dolce vita,

i miti del “paparazzo” e del “latin lover”.

Per breve tempo, però: la “british invation” annovera il jazz italiano tra le sue più illustri vittime. Voglio riportare alcune parole di Giovanni Masciolini, figlio di Aldo Masciolini famoso sassofonista degli anni ’60, che suonano come un appello e un monito all’intera categoria:
“Ai nostri jazzisti conterranei attuali, ottimi tecnicamente, hanno non solo tolto la possibilità di aver avuto delle radici, dei vecchi padri, ma anche l'opportunità di poter da loro ripartire per continuare UN NUOVO JAZZ INTERAMENTE ITALIANO. Cos'è un uomo senza storia, senza passato? Nel caso dei musicisti italiani, poiché gli è stato loro tolto, devono purtroppo agganciarsi ad altre culture che non gli appartengono, e che non gli apparterranno mai: eseguono così strumentalmente brani già fatti da altri che invece conoscono perfettamente la propria cultura!!"
In fondo è sempre vero che un uomo che non ha consapevolezza del proprio passato non può avere futuro...
P.S. Ringrazio Jazz Italia (www.jazzitalia.net) e l’amico Marco Losavio per il “prestito” delle foto...
spero di non andare troppo fuori tema con il mio primo post! ancora complimenti per il blog!
Rock Targato Italia, XVIII edizione tour
Lunedi 17 ottobre alle ore 21,30 dal rock club Indian's Saloon di Milano inzia l'avventura di Rock targato Italia alla ricerca di nuovi talenti musicali. Organizzata dall'Associazione Culturale Generazione Europea in collaborazione con la società Divinazone MIlano, Rock targato Italia si svolge nel circuito nazionale dei locali rock con l'obiettivo di promuovere nuovi talenti artistici e la scena italiana. Rock targato Italia vanta prestigiosi risultati artistici ed una rete organizzativa musicale, estesa su tutto il territorio nazionale, molto apprezzata dagli operatori del settore.
Parallelamente al debutto del tour è stata pubblicata la compilation di Rock targato Italia dal titolo (..che sia musica per le sue orecchie) Terzo Millennio/Self.
11 gruppi emergenti e 7 complessi storici del beat italiano
Tracce:
Genetico Tazebao: L'origine - Sprangascimmia: L'esteta - Grace: Lucciole spente - Pablo e il Mare: Tormento - Catherine: Pesci senza mare - Midia: Il futuro di ieri - Nadir: Il mondo migliore - Audiorama: Portami lontano - PuntoG: Quorinrivolta - Zibba: Nelle sere d'inverno - The Philomankind: Viviane - Nico e i gabbiani: Parole - I Corvi: Ragazzo di strada - The Showmen: Un'ora sola ti vorrei - I Bisonti: Occhi di sole - The Bad Boys: Da, da, da - Miro Banis & I Transistor: La tua voce - Camaleonti: L'ora dell'amore.
[continua]
In questi giorni Chet (Baker) mi tormenta. Ho riletto un libro che mi aveva fatto conoscere un amico di Roma (grazie, Mario), "Come se avessi le ali - Le memorie perdute", libro (auto) biografico scritto dalla moglie di Chet, Carol, libro che parla molto poco di musica, e molto della vita di Chet.
Citando Gianrico Bezzato, che ne ha scritto una bella recensione "La sua musica parla da sola e lui parla poco o nulla della sua musica. Si limita a narrare di quella festa mobile e a volte tragica che gli è girata intorno e in cui ha svolto per anni un ruolo di primo piano. Viene da immaginarlo seduto in un bar con la fretta di raccontarti tutto prima che il tuo bicchiere finisca.Tanto il suo non finirà mai". Libro insolito: Carol Baker si è limitata a raccogliere le "memorie" di Chet, gli appunti sparsi nella sua disordinata vita, senza interporvisi in prima persona, con una sofferta operazione di ricostruzione filologica.Chet iniziò a studiare musica all’età di 13 anni:il padre gli regalò un trombone. Chet, piccolo e gracile qual’era, non riusciva a suonarlo e così, fortunatamente, dovette “accontentarsi” del ripiego, la tromba. Alla fine della guerra, casualmente, gli fu proposta un’audizione con Charlie Parker. Chet si presentò e bastarono due pezzi afficnhè Parker capisse chi aveva di fronte. Aveva solo 22 anni. Finita la tournee con Parker, Chet face l’altro grande incontro della sua vita: Gerry Mulligan. Mulligan aveva lasciato New York, terra del “cool jazz” (do you know, Manuel?), terra di grandi musicisti, terra del "cool jazz" di Miles Davis, sopra tutti, ma terra di Parker e Gillespie, terra di Lennie Tristano e Dave Brubeck (e terra da dove prenderà le mosse l'hard bop), per spostarsi verso ovest alla ricerca di nuovi stimoli. L’incontro con Chet produsse quelle nuove sonorità definite “west coast sound”, solitamente considerate in opposizione al bianco “cool”, in realtà figlie della stessa corrente musicale: un jazz che smussava gli angoli del bop e recuperava un ritmo più interessante rispetto al cool, per alcuni un "jazz furbo", in realtà accattivante e di successo. Il successo, si. Molto lavoro per Chet "faccia d'angelo", osannato dalla critica (Down Beat lo acclama per l'assolo in "My funny Valentine") e Chet lavora in quartetto; viene chiamta anche a Hollywood, ma rifiuta i film che gli vengono proposti: “voglio recitare”, dice, “non so che farmene di parti in cui suono senza dire nulla”. Ma il quartetto si scioglie. Chet inizia a sbandare: alcool e droghe diventano amici fedeli. Si trasferisce in Italia, la sua seconda patria, la sua “vera patria”, come dirà lui stesso; qui conosce la sua futura moglie, la modella inglese Carol Jackson (la Carol Baker del libro). La scena musicale intanto cambia: sono gli anni del fenomeno “british”, della scena rock, il jazz soffre, diviene musica di nicchia, musica di piccoli club... Chet non è fatto per adattarsi. Si ritrova nella polvere, ed è costretto ad accettare qualsiasi ingaggio (e qualsiasi disco) pur di lavorare. A fare la spola tra l’america e l’Europa. Una notte del 1966, all’uscita da un locale, Chet viene massacrato di botte. Si parla di un regolamento di conti, forse, si dice, qualche pusher non soddisfatto.
Gli rompono tutti i denti.
Anche gli incisivi.
Addio tromba.
Ci impiega due anni a riprendersi. Di più a riprendere contatto con il suo strumento. Pian piano riprende a suonare. Grazie a Dizzy Gillespie rientra nella scena newyorkese, ma è solo un miraggio: la musica è cambiata, e per Chet non c’è posto. Torna in Italia, cercando e aspettando, contratti che non arrivano mai. Fino alla fine. Un volo da un albergo di Amsterdam nel cuore della notte. Qualcuno ha parlato di suicidio. Qualcun’altro di un regolamento di conti. Il caso è stato archiviato. Era il 13 maggio 1988.
In fondo soffiava solo in una tromba...
La maturità è una grande cosa, sia dal punto di vista umano che artistico. Un tempo non amavo Chet; ora non solo lo amo, lo “sento”. Ed è indescrivibile. Provate ad ascoltare “Prince of Cool”: tre cd assolutamente diversi tra loro. Tutto Chet. Io amo il numero uno...ballads e love songs... con quella tromba lunare, che lui solo sapeva far "cantare" così, tanto simile a Miles (il MIles di “Ascensore per il patibolo”) e nello stesso tempo così struggente,come neanche Miles...
Chet ha vissuto a lungo in Italia e tanto ha amato il nostro Paese. Questa sotto è una foto che lo ritrae in Italia in tempi ancora felici, con alcuni tra i più famosi jazzisti italiani dell'epoca.

Parlerò anche di loro, prossimamente. Un amico giornalista di Roma mi ha raccontato tanti aneddoti, tante storie sepolte dal tempo.. storie che meritano di essere raccontate.
P.S. La tromba, regalo di un amico, è ancorà lì... Ogni tanto la guardo... Avrò mai il coraggio, Chet?
Cosa accade quando le nostre fragilità emergono? Quando il "femminino" che è nell'uomo si disvela?
"Quando tu mi coprivi se avevo freddo, mi nutrivi se avevo fame, mi confortavi quando piangevo....dimmi, allora, facevi questo come una bambina fa con la sua bambola, come un'infermiera o una bambinaia, che lo fa come lavoro quotidiano di tutta la sua vita, o lo facevi come la mia mamma, e mi nutrivi e mi riparavi e mi curavi perchè ti crescessi forte e sano, perchè nella piccola, tenera, stupida cosa bisognosa di tutto tu sognavi l'uomo forte, sicuro di sè di fronte ad ogni cosa... tu non mi curavi per potermi curare ancora in futuro, non mi curavi con la speranza ch'io ti rimanessi eternamente fragile e impotente oggetto di cure....ora io potrò camminare sulle mie gambe, ora tu avrai i frutti del tuo lungo soffrire; ora non amerai più in me il futuro incerto da curare e assicurare con la tua pena, ma il presente vivo per se stesso. Pensa, mamma, alla tristezza, se stanco e sfiduciato, adattato alla qualunque convenienza, col sorriso amaro e la sigaretta sulle labbra io ti chiedessi il rifugio delle cure e delle carezze che mi davi quand'ero bambino..."
(C. MichaelStaedter, Epistolario, Adelphi, 1983)

Ho volutamente atteso qualche giorno prima di pubblicare quanto sopra... La metabolizzazione è stata più lunga e complessa del solito. Mi ha fatto pensare a quanto sia difficile dare spazio alla parte più fragile di noi stessi, nascosta in chissà quali oscuri recessi, nella "vecchia soffitta mezza diroccata, piana di polvere e di ragnatele".
La paura ci frena.
La paura ci impedisce di vivere.
La paura di noi stessi.
Tutto ciò che non conosciamo, tutto ciò che non vogliamo conoscere.
James Dean è l'emblema della fragilità svelata: un uomo che nella vita come nell'arte non ha avuto timore di svelarsi per quello che era.
Un uomo inquieto, fragile, insicuro, ma allo stesso tempo forte delle proprie fragilità.
Mentre ascolto la "voce" della tromba di Chet (Baker, la cui musica Jimmy amava enormemente, forse, per la stessa fragile inquietudine ), che in sottofondo mi (di-)strugge con "The Thrill is Gone" mi viene in mente una scena del film "la Valle dell'Eden" tratto da Steinbeck), quando Cal (alias James Dean, alias Caino) va dalla madre, tenutaria di una casa d'appuntamento, madre che lo ha abbandonato quand'era piccolo e, in una scena di fortissima tensione emotiva le chiede disperato:
"perchè non mi vuoi"?
Spesso il cinema e la musica danno vita ai nostri fantasmi, quelli che si agitano dentro e fuori di noi, a volte più nel conscio che nell'inconscio. Fantasmi presenti, concreti, fantasmi quotidiani, fantasmi con volto e voce.
E la catarsi ha inizio.
Voglio ricordarlo così:
"C'era una volta un piccolo principe che viveva su un pianeta poco più grande di lui e aveva bisogno di un amico..."
Lunedì 3 ottobre:
sfoglio distattamente uno dei tanti quotidiani che leggo per motivi di lavoro e.....magia!
All'improvviso, a mezza pagina, la foto qui sotto..

La mia prima reazione è stata di assoluta incredulità.
Questa è l'ideale prosecuzione del mio precedente post, quasi fosse una "dedica di ritorno" (a buon intenditor...).
IO NON CREDO ALLE COINCIDENZE,
come sa chi mi conosce bene.
Tutto ha una logica, tutto ha un senso, ma questo senso quasi sempre sfugge alla nostra percezione.
E lì nascono quelle che chiamiamo distrattamente "coincidenze", non caso, non caos, ma luoghi dove la verità si rivela:
la verità per cui alcuni esseri umani, in alcuni momenti, raggiungono quell'inconscio collettivo e universale
che li fa sentire parte di un "tutto".
Quella che Jung definiva "sincronicità".
Mentre così rifletto, ascolto, con malcelato tradimento,
i Police - Sincronicity
_2.jpg)
"Quando accadrà, no,non lo so,ma del tuo mondo parte farò,
guarda
e vedrai che il sogno mio si avvererà...."
("La Sirenetta",Disney, 1989)
Chi di voi ha avuto modo di vedere quella fantasmagorica allegoria che è “Charlie e la fabbrica del cioccolato”, uscito nelle sale italiane la scorsa settimana?
Il mondo di Tim Burton,

il geniale regista, è un mondo che si può definire “jazzy” (da qui il collegamento con il tema del blog), un mondo a suo modo allegro, fantasioso, vistoso, un mondo che si contrappone a quello reale e ne sovverte le regole. Certo, per girare (a scrivere) così occorre prima di tutto essere così: Burton è un allegro boehmien fuori dal tempo, eterno Peter Pan in grado non solo di parlare agli “adulti”, ma di risvegliare la parte infantile, tenera ed innocente che è in ognuno di noi.
Quello che continua a stupirmi, quando corro (letteralmente) a vedere uno dei suoi film, è la reazione del pubblico: l’applauso a fine spettacolo, come se l’opera fosse stata creata lì, in quel momento, solo per noi spettatori; la commozione della gente; le parole dei bambini; gli occhi di chi, finalmente, sogna, quasi ricordasse improvvisamente come si fa...
Tutti i suoi film, da Beetlejuice a La sposa cadavere, quest'ultimo di imminente uscita,

contengono tali elementi di poesia da impadronirsi del linguaggio filmico stesso, messo al servizio di un messaggio più forte di quello visivo. La delicatezza con cui gli argomenti spesso crudi vengono affrontati (dall’abbandono, alla diversità), non rende i messaggi meno forti: ne “La fabblrica del cioccolato”, ad esempio, la morale educativa, di stampo fruediana, è presente sin dall’inizio, e porta all’inevitabile pacificazione finale:
la vera “dolcezza” non è nel possedere una fabbrica di cioccolato, ma negli affetti.
Tipica e rasserenante, nei film di Tim Burton, l’inevitabile vittoria del “buono” sui “cattivi”. Segnalo due piccoli “gioielli”: la popolazione degli Umpa-Lumpa, che anima la pellicola con coreografie ispirate al grande Busby Berkeley, del quale abbiamo parlato (purtroppo in parte rovinati dal doppiaggio, che, come chi di dovere dovrebbe sapere, non dovrebbe essere utilizzato anche sulle songs...); e la memorabile citazione di “2001:odissea nello spazio” con un monolite....di cioccolato!
adriano mazzoletti
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