Pensieri e divagazioni intorno alla musica e al cinema
A volte amo giocare a congiungere le trame della mia vita, come un “indovina la figura” con tanti puntini da unire.
Mi capita di girare in lungo e in largo e di tornare al punto di partenza.
Per quanto a volte cerchi di allontanarmi dal mio “essere me”, tutto ritorna, come se alla fine del viaggio, per me, ci fossi comunque sempre e solo “io”.
Ci sono cose uncinate al mio essere, così profondamente, da essere indistinguibili da ciò che sono: e così, inevitabilemente, ciò che amo finisce per essere ciò che sono.
Riflettevo su questo, qualche giorno fa, sul sottile filo che congiunge le mie passioni, passate e presenti.
Cosa lega il “mio” cinema alla “mia” musica?
Forse l’amore vero per ciò che non ho mai avuto, per ciò che non ho mai vissuto.
L’amore per un’epoca che non può rivivere, per quanto mi sforzi di conservarne traccia in ogni singola fibra del mio corpo...: mi mancano le eroine dei film muti

le dive degli anni trenta, la Garbo, la Dietrich

le ballerine delle “Ziegfield Follies”

Fred e Ginger, e il loro "Cappello a cilindro"

le “sincronette” nei film con Ester Williams
mi manca il candido Harpo Marx, sensibile e arguto

Holly Golightly in quel “bacio di pioggia con Gatto”

Michelle Pfeiffer ne “I favolosi Bakers”, languidamente sdraiata sul pianoforte a coda, come una cantante di un fumoso night club di Las Vegas, quando ancora si ballava guancia a guancia...
Nostalgia di un’intera epoca, l’epoca “delle grandi orchestre” (Duke Ellington, Count Basie, Benny Goodman), della pulizia interiore ed esteriore, della semplicità che non è superficialità, della schiettezza che non è maleducazione, dell’amore che non è inganno, dei sogni che non sono illusioni. Si, in fondo amo ciò che amo perchè tutto mi riporta qui. Perchè tutto mi riporta a me.
Misty
P.S. (i film citati non sono casuali, ma hanno (ri)lanciato alcune delle pietre miliari della storia del jazz...ne riparlaremo...)
Le 3 di notte. Quiete, tutt’intorno. Fascinosa notte, in cui tutto tace. Tutto. Tranne me. Tumulto di sentimenti. 48 ore dense di avvenimenti, banali per i più, forse, ma non per me. Qui, al lume della mia amata candela, quella che mi consuma gli occhi e mi brucia le dita, la cui luce addolcisce le ombre intorno spero, dio, quanto lo spero, che possa sedarmi.
Vorrei…..essere capace di dire “basta” a me stessa.
Che senso ha “sentire”? quale significato le sensazioni “estreme” e le “estreme” sensazioni (piangere, gioire, amare, odiare) quando, in ultimo, a condividerle c’è solo la mia penna, e questo foglio un tempo bianco, e I tasti ormai sbiaditi del mio pc?
Stanotte scrivere non serve.
Vorrei….essere un aerostato, un palloncino, trovare il mio spillo, tirar fuori tutto quello che DEVE fuoriuscire, aria, elio, qualsiasi cosa ci sia, se c’è..

Vorrei….diventare quel “sacrificale” volo di farfalle blu che diviene Emily, “la sposa cadavere”, con il suo meraviglioso dono …
Vorrei….capire se è possibile riattraversare le “sliding doors” della mia vita (quante sono state?)…
Vorrei….rifare a ritroso il percorso di queste ultime 48 ore, come il fotogramma di una pellicola il cui operatore maldestro e “provvidenziale” ha inavvertitamente spinto il tasto “rewind”…
Vorrei….ponderare passi, espressioni, azioni ed omissioni….
Vorrei….non essere me stessa in questa notte, e capire per quale assurdo motivo la felicità debba essere insostenibile e la tristezza inconsolabile, eterno yin e yang dei sentimenti...
Vorrei….solo dormire...
Ma stanotte, più che mai, sono me stessa.
Sono Misty... ...in attesa dell’alba...



Nella mia mente ho visto e rivisto questa immagine tante volte, e ogni volta mi sembra sempre più antentica, più intensa. Il dolore, lo strazio della perdita, dell’ingiustizia, chiaramente incisi su questo volto consumato, trasfigurato in una maschera tragica
Mi sono ritrovata a pensarci qualche giorno fa, nell’anniversario della morte di Pasolini, e mi sono ricordata della scorsa estate...
2 luglio 2005: siamo a Latina con il gruppo di musica barocca, e proviamo il repertorio del Miserere per un concerto.
Per questa volta farò parte del pubblico, non farò il concerto, mi aspetta Shawnn Monteiro a Ronciglione Jazz per il Corso estivo.
Mi fermo a guardare le prove dei ragazzi.
Chiesa.
Luci Spente.
Padelle romane.
Gregoriano in sottofondo.
E quelle immagini che scorrono lente sul telone di fronte a me.
La Passione secondo Matteo.
Bianco e nero. Immagini di pietra.
Ancora ceri. Fiaccole.
Le voci intorno.
Dove sono?
Tutto sparisce.
Resta Pasolini.
Resta la mia astrazione.
Resta il suo credo.
La Sua religiosità laica, forte e salda come non mai.
Stamane ne parlavo con mamma, ricordavamo “Ragazzi di vita”, quel libro che ho letto di nascosto quando ero piccola piccola (quante volte l’ho fatto, mamma? leggere di nascosto dalla tua biblioteca?).
Mi ha raccontato di un’intervista di qualche giorno fa, nella quale un religioso (nel ricordo, non meglio identificato) raccontava di aver visto all’epoca della sua uscita “La Passione secondo Matteo” e della folgorazione avutane, degli insegnamenti di pura religiosità che egli, giovane, ne aveva tratto, mettendo duramente alla prova il Verbo di una chiesa bigotta che non ammette la diversità.
Così, come sempre per “caso”, mi ritrovo a pensare di lui, a scrivere di lui. E’ strano come a volte mi investa quel senso di familiarità che rende certi personaggi “parte” della mia vita... forse perchè legati alla mia formazione come persona, chissà...
Mi ritrovo qui, dopo più di vent’anni, a sfogliare questo libro...e “mi manco”! Sento la presenza di me stessa bambina, e avverto la mancanza di quella parte di me che non c’è più: l’innocenza di quegli anni, andata, perduta, dimenticata o, peggio, abbandonata da qualche parte, come un fardello del quale liberarsi prima possibile... L'innocenza intellettuale, lo “stupor mundi” che troppo presto ci lascia soli di fronte alla nostra “impotenza di esseri umani”.
Pasolini non è mai stato jazz. Ma nei suoi film vivono alcune delle pagine musicali più sublimi di tutta la storia della musica. Ne “La Passione secondo Matteo” Pasolini utilizza l’opera omonima della sua ossessione giovanile: J. S. Bach. Pasolini amava molto la musica, quella sacra in particolare. Durante la giovinezza aveva studiato il violino, e Bach era rimasto il punto di riferimento dei suoi studi musicali. Grazie all’aiuto dell’amica e grandissima scrittrice Elsa Morante, Pasolini scelse alcune pagine de “La Passione secondo Matteo” nelle quali Bach aveva seguito il suo stesso percorso spirituale: l’evocazione e l’esaltazione della morte. La sua pennellata registica, l’esaltazione della materia, l’ossessione per il chiaroscuro, necessitavano di questo “sfogo religioso”, che trova la sua luce nella musica, nel contrasto tra la crudezza delle immagini (e la loro sacralità velata) e la sacralità sispiegata delle melodie barocche.
I brani utilizzati sono solo due: il coro iniziale, e l’Aria struggente che accompagna le scene meditative, e tutta la passione. Nel film ci sono Mozart, Morricone, Bacalov, La Missa Luba e tante altre immortali pagine di musica... Ma chi ha ascoltato l’Aria della Passione, chi ha visto il dolore negli occhi delle donne accorse ai piedi della croce, non dimentica.
Il resto passa in secondo piano... Una mano mi sfiora la spalla.. "Morena, è ora di andare”... Mi aspettano. Per qualche istante non sono stata lì. Forse sono stata sul monte Calvario, in sua compagnia... Mi asciugo una “perla” all’angolo delle ciglia, e mi alzo, una leggera vertigine.. La luce di questo pomeriggio estivo è così forte, il tempo qui sembra essersi fermato...
Misty

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