Pensieri e divagazioni intorno alla musica e al cinema
Immaginate la scena: 1948, Italia.
La guerra è da poco terminata.
Siamo nel periodo del “neorealismo”, di “Ladri di Biciclette”.

Immaginate... un uomo in bicicletta, che pedala pedala, dalla Sicilia a Firenze, dove gli hanno detto che forse potrà suonare..
Più di 1.000 chilometri con il trombone a tracolla, chilometri di fatiche, chilometri di speranze... Pensate ad “un omino con le ruote...vien sù dalla fatica e dalle strade bianche”, canzone scritta per un altro, ma in fondo per tutte le persone come lui... L’uomo di cui parlo si chiamava Antonio Albamonte, trombonista italiano del dopoguerra. Non che io sia una nostalgica ad oltranza (sempre chè l’”Amarcord” non si riferisca a Fellini...): ma non si può non amare una storia come questa, una storia che lascia in bocca il vivido sapore dei tempi andati, quel sapore di speranze, di illusioni, di grandi ideali, di valori.. Questo ricordo non è mio, ma appartiene ad un grande giornalista che ho conosciuto a roma al “Jazz Cool” organizzato dalla Saint Louis in collaborazione con la “Casa del Jazz” circa 6 settimane fa: Adriano Mazzoletti, giornalista, musicologo, nonchè tra i principali esperti e conoscitori del jazz italiano.

Persona di raro garbo, Mazzoletti, a suo agio tanto nel vasto panorama musicale internazionale (da Ellington a Davis e oltre), quanto, soprattutto, sulla nostra tradizione, le nostre radici italiane, di quel jazz italiano che non è certo nato solo nella metà degli anni settanta, con le ultime e prolifiche generazioni, quelle dei Rava, D’Andrea, Tommaso, Di Battista, Renzi, Condorelli, etc., solo per citarne alcuni. Ma la generazione precedente, quella dal secondo dopoguerra alla metà degli anni’70, quella che ha posto le basi per il jazz che attualmente si suona in italia, quella generazione chi la ricorda? Chi conosce nomi, volti, esecuzioni?
Con Mazzoletti abbiamo fatto una straordinario viaggio nella memoria, accompagnati da filmati e registrazioni ormai dimenticate.
L’amore per la musica e per il cinema si vede dalla cura e dalla passione che mette nella ricerca del materiale. Ho ancora vive le immagini di un filmato sulla grande Billie Holliday: lei, con il suo bellissimo viso dolente, ed il suo canto “spezzato”, unico e irriproducibile; il bianco e nero che gettava ombre sui volti; il controluce sulle quinte; quei “giochi” registici che fanno tanto vecchia televisione..
Che nostalgia di quegli anni!
Nostalgia..si., anche se quegli anni non li ho mai vissuti..
In fondo, la passione può essere contagiosa come un morbo...
Un nome, soprattutto, ricorre nelle parole di Mazzoletti: Oscar Valdambrini, ormai elevato al rango di “personaggio mitologico” nelle mie conversazioni musicali.

Di lui si dice avesse una competenza straordinaria: trombettista (...eh, si, trombettista..) di grande talento, era punto di ferimento per tutti i suoi colleghi dell’epoca. Chi ha avuto la fortuna di suonare con lui, lo ricorda come una musicista dotato di grande gusto musicale e di grande creatività nel fraseggio. Nella foto con Chet Baker, quella nel post a lui dedicato, Oscar Valdambrini è con un gruppo dei migliori misicisti dell’epoca, tutti, o quasi, di provenienza dalle mitiche orchestre Rai, le orchestre di quando il servizio pubblico ancora investiva nella cultura. Tra di loro, un solo nome è ancora oggi noto : Franco Cerri, tristemente conosciuto dal grande pubblico come “uomo in ammollo” di una famosa pubblicità, in realtà sensibilissimo chitarrista di impostazione jazz classico. Io so ben poco sull’argomento, ma sto cercando di recuperare leggendo i libri scritti da Adriano Mazzoletti sul jazz italiano, e ascoltando alcuni cd di una collana da lui curata per l’etichetta “Riviera Jazz”, una fonte continua di sorprese: è bello scoprire che non siamo stati solo la patria del “belcanto” e della “canzonetta” (nella migliore delle ipotesi).
Il discorso, in realtà è molto complesso: l’esperienza del jazz italiano è andata in direzione opposta rispetto al movimento musicale americano. La popolazione americana aveva vissuto la guerra a distanza, chiusa nelle proprie confortevoli e rassicuranti case; in europa,invece, i bombardamenti e le devastazioni avevano prodotto radicali cambiamenti a livello sociale. Se in america l’approdo è al be-bop, in Italia il jazz “da night” è quello che meglio ha rappresentato il desiderio di serenità e di “giocosità” che pervadeva la società. Il be-bop rappresentava il futuro, e come il popolo americano il be-bop guardava al futuro; il “night”jazz rappresentava il presente, la voglia di non guardare nè indietro, nè troppo avanti, la necessità di godersi il presente. Atmosfere rarefatte, quartetto (piano, contrabasso, batteria, sax), ritmi dolci da ballare. Voglia di sicurezza: meccanismo mentale semplice e prevedibile allo stesso tempo. La rinascita culturale ed economica del nostro paese, la maggiore serenità, il maggior benessere danno vita ai “night clubs”, dove si suona, appunto, la musica da night (night jazz), la dolce vita,

i miti del “paparazzo” e del “latin lover”.

Per breve tempo, però: la “british invation” annovera il jazz italiano tra le sue più illustri vittime. Voglio riportare alcune parole di Giovanni Masciolini, figlio di Aldo Masciolini famoso sassofonista degli anni ’60, che suonano come un appello e un monito all’intera categoria:
“Ai nostri jazzisti conterranei attuali, ottimi tecnicamente, hanno non solo tolto la possibilità di aver avuto delle radici, dei vecchi padri, ma anche l'opportunità di poter da loro ripartire per continuare UN NUOVO JAZZ INTERAMENTE ITALIANO. Cos'è un uomo senza storia, senza passato? Nel caso dei musicisti italiani, poiché gli è stato loro tolto, devono purtroppo agganciarsi ad altre culture che non gli appartengono, e che non gli apparterranno mai: eseguono così strumentalmente brani già fatti da altri che invece conoscono perfettamente la propria cultura!!"
In fondo è sempre vero che un uomo che non ha consapevolezza del proprio passato non può avere futuro...
P.S. Ringrazio Jazz Italia (www.jazzitalia.net) e l’amico Marco Losavio per il “prestito” delle foto...

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