billie holiday | La cantante di jazz

La cantante di jazz

Pensieri e divagazioni intorno alla musica e al cinema

venerdì, 21 ottobre 2005
"A LITTLE POINT OF BLUE..."

Il volto segnato dalle ombre. Promesse, a volte. Tristezze, quasi sempre. Lo sguardo velato dalla vita. Quella smorfia appena accennata sul volto.

 

Billie è appoggiata allo sgabello. Il suo sguardo dolce e fiero sembra accarezzare gli amici musicisti lì davanti. Poi inizia a cantare. Un canto unico, sgraziato e meraviglioso.

"Southern trees bear a strange fruit

     Blood on the leaves and blood at the root

       lack body swinging in the Southern breeze

        Strange fruit hanging from the popolar trees...

(“Gli alberi del sud hanno un frutto strano, sangue sulle foglie e nelle radici, un corpo nero penzola nella brezza del sud, un frutto strano che pende dai pioppi”)

 

 

 Non la dimenticherò tanto presto questa scena. Sono a Roma, mercoledì 7 settembre. Fuori Giove pluvio si sta scatenando in una delle sue folli esibizioni di fine estate... Sullo schermo scorrono le immagini di un vecchio filmato della CBS, una trasmissione che credo si chiamasse “The Sound of Jazz”..Vedo Billie. E nello spazio di quei sei minuti non ricordo nient’altro. Billie era tutto ciò che il jazz poteva sognare di esprimere. Perchè Billie era “blue”. Blue. Un sentire sottile che la parola italiana “malinconia” non riesce a rendere. Un suono che è insieme il gusto del ricordo e il dolore del rimpianto, il colore del giorno che si strempera nella notte, l’inizio e la fine di ogni cosa. Blue. Il colore dell’anima. A metà tra la luce e l’oscurità. 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

  Billie si guarda intorno, quasi esitante. La sua voce, i suoi occhi, il dolore del mondo in quel fragile corpo di donna. La gardenia bianca tra i capelli, suo segno distintivo, fiore su un fiore. La voce non è più quella di una volta: troppi dolori, troppi abusi, troppa vita... Lady Day sembra stanca. Sono anni,troppi, anni che non si dimenticano. Serva a soli 6 anni per guadagnarsi da vivere a causa di un padre assente, a dieci anni Billie viene stuprata da un vicino di casa, e, accusata di averlo adescato, rinchiusa in un riformatorio subisce terribili violenze psicologiche.  Due anni dopo Billie subisce un altro stupro. Ferite su ferite. Gli uomini la feriscono sempre. A cominciare dal padre, un padre incapace di amare, assente, distratto.A soli 12 anni è sulla strada della prostituzione, e, da lì, in galera e ancora in riformatorio. Per fortuna Billie ha la musica. Scoperta per caso, a sette anni, in un bordello: in cambio delle pulizie può ascoltare i dischi di Louis Armstrong e Bessie Smith. Billie canta, lavora e canta, sempre. Siamo nel 1929. Billie ha bisogno di lavorare. Ma cercano solo ballerine. Billie non sa ballare. Così un giorno, per caso, il titolare di un locale le chiede se sa cantare. Billie non ha mai pensato che con il canto si potesse guadagnare...Chiede al pianista di suonare “Travellin’ all alone”....e le lacrime degli avventori convincono il proprietario del locale ad assumerla.

La sua carriera inizia così.

 

La sua voce straordinaria, il pubblico, gli applausi....ma anche il razzismo, che la perseguiterà per tutta la vita. Come può una cantante nera osare cantare con musicisti bianchi?

Billie è stata anche una grande musicista, autrice di pezzi straordinari: "Strange Fruit", il suo capolavoro, il suo grido disperato contro le ingiustizie razziali; "God Bless the child", inno all'innocenza perduta; Dont’explain”, storia di uomini che tradiscono e di bugie (meglio “niente spiegazioni” che bugie, scrive Billie). Ed è proprio l’amore mancato nella vita di Billie la fonte principale del suo essere blue. Nonostante tre matrimoni, nonostante vari amori,  Billie non ha mai trovato un uomo in grado di colmare l'immenso bisogno di amore e protezione. Nessun uomo ha saputo colmare i suoi vuoti, comprendere le sue sofferenze.

 

 

 

 

 

Il suo terzo marito l’ha lasciata morire sola, in un letto d’ospedale.

La sua tomba è rimasta nuda, senza nemmeno una lapide a ricordarla...

  “La gente mi chiede qual è il mio stile, da cosa è derivato…ma io non so mai cosa dire.. Quando ti capita una melodia con dentro qualche cosa non c’è bisogno di seguir tanti stili, lo senti e basta, e mentre tu la canti anche gli altri sentono qualcosa”.

 Billie non potrà mai essere imitata.

Ma la scorsa estate ho sentito al Morlacchi di Perugia, per Umbria Jazz, la canadese Madelaine Peyroux:  

 

 

 

 

sguardo sfuggente, delicata, voce che ricorda troppo spesso Billie....e senza volerla imitare.

Perchè anche Madelaine viene dalla strada. Anche Madelaine è blue. 

 

 

 

 

 

 

 Provate ad ascoltare “Careless Love”....forse "Billie" canta ancora il suo disperato bisogno d'amore... 

 

 

 

 

Postato da: mistyjazz a 21:41 | link | commenti (33) |
, blue, billie holiday

 

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